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giovedì 6 marzo 2008

La rinascita del cinema statunitense?

Quante volte, con ciclica regolarità, sentiamo risuonarci nelle orecchie la frase di cui sopra, magari gabellataci da bocche interessate..? Va da sé che, altrettante volte, trattasi di fuochi di paglia o di ingiustificati trionfalismi, ben presto smentiti da eventi di segno nettamente contrario a quanto auspicato. La premessa è necessaria per fugare ogni dubbio circa il mio scetticismo su giudizi troppo affrettati, che in questi giorni accompagnano (spesso a sproposito) due pellicole delle quali parecchio si discute: non dirò, quindi, che No Country For Old Men e There Will Be Blood (quasi un gioco di parole fonetico, quest’ultimo) rappresentano l’attesa “rinascita” artistica del cinema statunitense popolare; mi limiterò a dire che sono due ottimi, anzi due grandi film. Si tratta di opere che non avrebbero sfigurato – udite udite – accanto ad alcuni dei titoli migliori delle più rinomate stagioni anni ’70 (il che è tutto dire!)



Il rischio che io incorra – a mia volta – in un giudizio troppo affrettato, perché orfano di quella prospettiva temporale che, sola, deve presiedere a qualsiasi giudizio di merito, pare scongiurato proprio dall’architettura (formale, tematica, psicologica) delle pellicole in oggetto; una struttura così sorprendentemente assimilabile a quella di tanti capolavori appartenenti alla golden age del new american cinema, da far affiancare – senza tema di scandali – i nuovi lavori dei Coen Bros. e di Paul Thomas Anderson a cotanti predecessori.





Vi chiederete, dopo tanti discorsi, perché non parlo più diffusamente di questi film. Semplicemente perché, come detto, già troppo se ne sta discutendo: il mio unico, accorato, consiglio è quello di correre a vederli nel loro ambiente naturale (la sala cinematografica), prima che gli inesorabili meccanismi del mercato li confinino entro schermi in grado di inficiarne fatalmente l’imponente forza espressiva. Amen.



Cellus Cocks

giovedì 26 aprile 2007

Mio fratello è figlio unico


MIO FRATELLO E’ FIGLIO UNICO

Iersera ho visto un film italiano di cui andare orgogliosi: Mio fratello è figlio unico. E’ una pellicola sui miti che hanno infuocato i cuori dei nostri genitori. Un film politico quindi, ma che non parla il politichese. Il fascismo ed il comunismo fanno da sfondo alla quotidianità di due fratelli che si amano si odiano si prendono e si lasciano.

E sono proprio le loro piccole storie di borgata ad interessare lo spettatore, non le loro idee. I dialoghi sono davvero belli, si ride si piange, insomma ci si emoziona sulle canzoni di Nada di Little Tony, ma non su quella di Rino Gaetano che da il titolo al film e che è stata esclusa dalla soundtrack. Azzeccati tutti gli attori. Su tutti Elio Germano e la Finocchiaro. Scamarcio è pure bravo e lo dimostra durante la scena dell’orchestra freak.

Bella la fotografia e coraggiosa la scelta delle riprese fatte tutte con telecamera a spalla. Che Lucchetti (il regista) abbia visto qualche video della Bernarda mi sembra improbabile, è più facile che si sia ispirato al dogma di Lars Von Trier.
Insomma, un bellissimo film sugli anni che passano e sui flussi e riflussi di coscienze singole e convergono in esperienze collettive. Un metro sopra il banale "La meglio gioventù" e l’inutile "Lavorare con lentezza" e decisamente meglio dell’acclamato "The dreamers" del premio oscar Bertolucci.

Rob Barrel


"Mio fratello è figlio unico" non è un film politico. E' un film di esseri umani che amano, soffrono, ridono e fanno anche politica. Il film non prende posizione politicamente: racconta di persone che prendono posizione. Questa credo sia stata la mia chiave. L'elemento umano, affettivo ed emotivo al centro di tutto.
Daniele Lucchetti

martedì 20 marzo 2007

Borat. Borat, Borat!

Ho finalmente assaporato il gusto acre del mockumentary BORAT.

Eccezionale veramente. Fin dalle prime scene l’incedere demenziale del cronista Kasako si sposa a meraviglia con la satira sociale. Borat ridicolizza l’opulenta società americana molto più di Michael Moore ed il motivo sta nella sua purezza.

Borat è un Caucasico non ancora colonizzato dal sogno americano, Moore è uno Yankee che ha imparato a vergognarsi dei suoi simili a stelle e striscie. Come Moore anche Sacha Cohen non risparmia niente e nessuno, sferrando esiziali quadrelle contro un’america dal doppio volto: patriota ma di maniera, religiosissima ma bigotta.



Sasha Baron Choen

Le uniche mie perplessità riguardano la colonna sonora: troppo citazionista. Everybody’s talkin di Nilsson accompagna l’arrivo di Borat a New York, così come già faceva con i due derelitti interpretati da Dustin Hoffman e John Voight in Un uomo da marciapiede.

Born to be wild degli Steppenwolf sottolinea la partenza dalla grande mela per la California così come dava il là al viaggio psichedelico di Fonda-Hopper in Easy Rider. Che c’azzecca l’Ederlezi del balcanico Bregovich col passsaporto Kazako di Borat non è dato sapere…ma forse gli sceneggiatori hanno voluto omaggiare - ancora una volta - il pressappochismo USA secondo il quale da Lubiana a Vladivostock son tutti poveri e russi.

Rob Barrel

giovedì 22 febbraio 2007

Shortbus di John Cameron Mitchell



Finalmente ho visto l’ultimo film scandalo: Shortbus di John Cameron Mitchel.

Da quando è uscito i critici hanno dibattuto a lungo se considerarlo o meno un film pornografico.

Vi racconto i primi 5 minuti: un giovanotto solo in casa si denuda, accende una telecamerina, la appoggia su un tavolo e si autoinquadra mentre in un altro appartamento il pene di un ragazzo americano si fa largo dentro una vagina orientale: sono una coppia multietnica e alla ricerca del supremo piacere, lo stesso che un figlio di papà, cerca nell’alcova di una troiazza sadomaso intenta a spolverare giganti falli di gomma.

Torniamo al Nakedmaker della scena iniziale che coricato a schiena in giù, porta le gambe su un tavolo tentando un’autopompa. La coppia continua a sollazzarsi mentre la troiazza ci da sotto con il cliente che spruzza su un quadro già abbastanza vivo.



Stessa sorte per il “regista” che oralmente si somministra quanto prodotto dal glande. Il regista risparmiandoci la visione dei liquami della coppia mista non ha comunque evitato di soffermarsi su ogni tipo d’orifizio o di genitale regalandoci uno degli avvii più sconcertanti della storia del cinema PORNO. Ebbene si, a mio modestissimo parere, bastano questi cinque minuti organici a classificare la pellicola del pur talentuoso Mitchel.

Rob Barrel